Iran, la rivolta e l’ombra di un possibile intervento USA

Protests in Iran January 2026

Un gruppo di manifestanti blocca una strada durante una protesta a Tehran, in Iran, il 9 gennaio 2026. Credit: MAHSA/Middle East Images via AFP

Le proteste antiregime in Iran, iniziate a Tehran il 28 dicembre, si sono estese a gran parte del Paese. La repressione è violenta, le informazioni sono frammentarie e i bilanci delle vittime restano incerti.


Le manifestazioni contro la Repubblica islamica sono scoppiate a fine dicembre a causa delle gravi condizioni economiche, che rendono inaccessibili anche i beni di prima necessità. In poche settimane le proteste si sono allargate a quasi tutte le province iraniane, incluse aree storicamente più fedeli al regime, secondo il dipartimento di fact-checking della BBC.

Si tratta delle mobilitazioni più partecipate dal 2022, dopo la morte in carcere di Mahsa Amini, arrestata allora per non aver indossato correttamente il velo.

La repressione dura da oltre due settimane e colpisce soprattutto i giovani.

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Il blackout di internet rende difficile verificare le informazioni dall’interno del Paese, in particolare per quanto riguarda il numero delle vittime.

Le autorità iraniane parlano di circa 2.000 morti. La Human Rights Activist News Agency riporta invece 2.571 vittime e quasi 17.000 arresti. Secondo due fonti, di cui una in Iran, citate dall’emittente statunitense CBS News, con la parziale ripresa delle comunicazioni interne il bilancio potrebbe essere molto più alto: almeno 12.000, forse fino a 20.000 persone uccise.

Mariano Giustino, giornalista e corrispondente dalla Turchia per Radio Radicale, descrive una situazione estrema. "Gli ospedali sono al collasso, mancano sangue e personale. Dagli obitori arrivano immagini di una carneficina di giovani vite in lotta per la liberazione dell’Iran".

Sul piano internazionale crescono le tensioni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato possibili azioni contro Tehran, mentre l’Iran ha avvertito che risponderebbe colpendo basi statunitensi nella regione.
Secondo Giustino, l’obiettivo di Washington sarebbe un’azione mirata, ovvero "un intervento selettivo contro il vertice dei Guardiani della Rivoluzione e le strutture di comando, evitando il coinvolgimento della popolazione".

"Se l’intervento sarà molto selettivo e molto mirato, sicuramente avrà il favore della popolazione", commenta Giustino.

Una strategia che, se confermata, potrebbe avere effetti rilevanti non solo sull’Iran, ma sull’intero equilibrio regionale.

Amin Saikal, professore di studi mediorientali e islamici all’Australian National University, sostiene che Trump stia esercitando una forte pressione sull’Iran nella speranza che il regime crolli sotto il peso della crisi economica e politica.

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