Sono stati quasi 19.000, provenienti da oltre 150 nazioni, coloro che il 26 gennaio sono diventati ufficialmente nuovi cittadini australiani.
Un numero importante, ma tutt’altro che sorprendente se inserito in un quadro più ampio: nel solo anno finanziario 2024-25, l’Australia ha concesso circa 165.000 cittadinanze.
Si tratta di un dato che racconta una trasformazione non solo demografica, ma anche culturale e sociale.
Il profilo del nuovo cittadino australiano, infatti, è molto diverso da quello del passato.
"Se volessimo fare un ritratto di questi nuovi cittadini, penso che intanto dovremmo smettere di immaginarli come persone che cercano una nuova identità e iniziare a vederli come investitori del proprio futuro", racconta l'agente d'immigrazione Emanuela Canini a SBS Italian.
Oggi il nuovo cittadino australiano non è più l’immigrato del 1949 che arrivava cercando una terra che lo adottasseEmanuela Canini
Non si tratta più, nella maggior parte dei casi, di persone in cerca di una nuova identità o di una patria che le accolga.
Oggi chi sceglie di diventare australiano è spesso un professionista, un individuo mobile, inserito in reti internazionali, che formalizza il proprio legame con l’Australia per ragioni pratiche e strategiche.
La cittadinanza viene vissuta come un investimento sul futuro: un pacchetto di diritti, tutele e opportunità che garantisce stabilità, protezione legale e accesso globale.
"Il nuovo australiano è qualcuno che non vede il passaporto come un tradimento verso le proprie origini, ma come uno strumento necessario per navigare con sicurezza nel 2026", commenta Emanuela Canini.
Questo cambiamento appare ancora più evidente se confrontato con la storia australiana.
La prima cerimonia di cittadinanza australiana risale al 1949: in quell’anno furono appena 2.500 le persone naturalizzate.
Le comunità più rappresentate erano quelle italiane, polacche, greche, tedesche e jugoslave: la rinuncia alla cittadinanza d’origine era obbligatoria, dato che il concetto di doppia cittadinanza ancora non esisteva.
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Oggi lo scenario è radicalmente diverso e riflette lo spostamento del baricentro economico e sociale verso l’Asia e il Pacifico.
Le principali nazionalità tra i nuovi cittadini includono la Nuova Zelanda, favorita da recenti cambiamenti legislativi, l’India, stabilmente al vertice dei flussi migratori professionali, il Regno Unito, le Filippine e Paesi come Vietnam e Nepal, spesso legati a percorsi di studio e lavoro.
Le politiche dei Paesi d’origine giocano però un ruolo decisivo.
Le persone di origine cinese, ad esempio, pur essendo tra le nazionalità più presenti tra i residenti permanenti, sono all’ottavo posto nella lista del numero di cittadinanze acquisite, perché la Cina non consente la doppia cittadinanza.
Al contrario l’India, che formalmente non la ammette, offre strumenti alternativi che permettono agli ex cittadini di mantenere forti legami con il Paese d'origine, rendendo la rinuncia più accettabile.
Questo confronto con il passato è estremamente necessario per capire come l'Australia sia passata dall'essere un avamposto europeo nel Pacifico a diventare una società multiculturale globaleEmanuela Canini
"Non siamo più, dunque, nell’epoca del romanticismo patriottico, in cui il passaporto rappresentava un giuramento esclusivo a una bandiera", commenta Emanuela Canini, aggiungendo che "il secondo passaporto è diventato un bene strategico, uno strumento di mobilità globale che garantisce libertà di movimento, accesso a mercati del lavoro e tutele che uno Stato magari non può più garantire da solo".
Una scelta di convenienza, ma anche il segno dell’evoluzione del concetto stesso di appartenenza in un mondo sempre più interconnesso.
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