Il 16 febbraio 2024 moriva in un carcere della Siberia Alexey Navalny, attivista e politico russo, noto oppositore del presidente russo Vladimir Putin. A due anni di distanza, il suo nome è tornato al centro dell’attenzione internazionale dopo che cinque Paesi europei – Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi – hanno accusato il Cremlino di essere responsabile della sua uccisione.
Secondo le autorità britanniche, Navalny sarebbe stato avvelenato con l’epibatidina, una rarissima neurotossina letale estratta dalla rana freccia dell’Ecuador, l’animale vertebrato più velenoso del pianeta, utilizzato dalle tribù indigene del Sud America per cacciare e fino a 200 volte più potente della morfina. Accuse che Mosca ha respinto con decisione.
Il governo britannico, attraverso il Foreign Office, ha dichiarato di aver guidato l’analisi sui campioni biologici del corpo di Navalny, sostenendo che la Russia avesse “mezzi, movente e opportunità” per eliminarlo.
I governi europei hanno inoltre segnalato il caso all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, aprendo un nuovo fronte diplomatico. La ministra dell’Interno britannica Yvette Cooper ha ribadito la volontà di “fare piena luce” sulla morte dell'attivista.
L’Europa ha iniziato a rispondere per le rime non solo agli americani, ma anche ai russi.Giuseppe d'Amato, giornalista e storico
Parallelamente, sullo sfondo resta il dossier ucraino. Oggi è previsto un nuovo incontro a Ginevra tra rappresentanti di Mosca e Kiev, con l’obiettivo formale di riaprire un canale negoziale.
Un tentativo fragile, che arriva mentre dall’Europa continuano ad arrivare parole dure nei confronti della Russia e mentre il Cremlino rilancia proposte diplomatiche controverse sul futuro assetto territoriale e politico dell’Ucraina.
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