Nella seconda tappa della sua biografia, Lucia Sorbera si sofferma su ciò che si trasmette, si coltiva e si rielabora nel tempo: la lingua, la cultura, il sapere. La dimensione familiare è il primo terreno di questo lavoro silenzioso. Vivere lontano dall’Italia significa scegliere consapevolmente cosa portare con sé e cosa lasciare andare.
Con suo figlio, Lucia non parla di “radici” in senso rigido e stretto, ma di pratiche quotidiane: leggere insieme in italiano, guardare cartoni animati che raccontano storie familiari e luoghi amati, cucinare. Il cibo, come spesso accade nelle famiglie italiane, diventa un archivio orale fatto di ricette e memorie.
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Sul piano professionale, il percorso di Lucia Sorbera si muove lungo una linea coerente: mettere in discussione l’eurocentrismo e allargare lo sguardo. L’interesse per il mondo arabo nasce negli anni Novanta, in un contesto segnato da guerre, processi di pace mancati e migrazioni sempre più visibili. Studiare l’arabo, inizialmente per ragioni politiche, fornisce presto l'accesso a un universo culturale più vasto: poesia, letteratura, pensiero.
La cultura non si trasmette con grandi discorsi, ma con gesti quotidiani: leggere insieme, cucinare, raccontare storieLucia Sorbera
È anche attraverso le letture di autrici come Fatema Mernissi, Nawal al-Saadawi e altre scrittrici marocchine, palestinesi ed egiziane che Lucia matura il suo interesse per la storia delle donne. Una storia che non è marginale né recente, ma strutturale ai movimenti politici del Medio Oriente.
In Australia, il contatto con le comunità arabe e musulmane arricchisce ulteriormente la sua prospettiva. Una diaspora dinamica, segnata da ondate migratorie diverse e da una produzione culturale intensa, ma anche dalle fratture del razzismo e delle politiche internazionali. Per Lucia Sorbera, le differenze tra donne nei contesti di origine e in quelli diasporici non si lasciano ridurre a schemi semplici: cambiano le condizioni, le sfide, le forme di associazione.
Al centro resta la cultura, intesa come spazio politico. Non un ornamento, ma uno strumento capace di contrastare la disumanizzazione. Da qui nasce anche 'Biography of Revolution', il suo ultimo libro: una storia dell’Egitto contemporaneo raccontata attraverso le biografie di femministe e intellettuali, per restituire profondità storica a un contributo spesso reso invisibile. "Le donne non sono una parentesi della storia politica del Medio Oriente: ne sono una delle strutture portanti", spiega.
Decentrare lo sguardo, per lei, non è solo un metodo di ricerca. È un atteggiamento etico: studiare l’altro per allargare il mondo, e rendere più difficile ridurlo a una sola parola. Dalla centralità della lingua e della cultura come strumenti politici, alla ricerca sulle genealogie femministe in Egitto, emerge una visione del sapere come ponte, come un antidoto alla semplificazione e alla disumanizzazione.






