Nella seconda parte del racconto della sua storia, Gaetano Rando ci guida in un viaggio dentro la letteratura italo-australiana, una mappa di autori e storie che restituisce il senso di un’intera esperienza migratoria.
“Nel canone letterario australiano, Raffaello Carboni resta fondamentale: è l’unico testimone diretto della rivolta di Eureka”, spiega Rando. “Si dice anche che sia stato tra gli ideatori della bandiera della Croce del Sud”.
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Accanto a Carboni, il professore cita nomi spesso dimenticati, ma essenziali per capire la vita degli italiani in Australia.
“Penso a Pino Bosi, con il suo romanzo L’australiano, una sorta di Guareschi emigrato, o a Pietro Tedeschi, che racconta l’inferno delle acciaierie di Port Kembla dopo aver lavorato alle Reggiane di Reggio Emilia. Nei suoi libri c’è tutta la fatica e l’ironia di chi, pur emigrato, non smette di pensare in italiano.”
La scrittura aggiunge un’altra dimensione, offre angoli diversi, emozioni che restanoGaetano Rando
E poi Giovanni Andreoni, “che nei romanzi 'Martin Pescatore' e 'Un mandarino nel cervello' mette a confronto la spiritualità del deserto australiano con le rigidità della società inglese”.
Per Rando, la letteratura diventa così uno strumento prezioso per conservare la memoria dell’emigrazione, accanto al lavoro di radio, associazioni e archivi comunitari. “La scrittura aggiunge un’altra dimensione, offre angoli diversi, emozioni che restano”.
Il racconto si sposta infine sulla sfera personale. Il padre di Gaetano era originario di Filicudi, e i ricordi dell’isola restano vivissimi. “Durante la guerra ci rifugiavamo lì: il mare, le barche, gli asini al posto delle strade. Poi, in Australia, quei legami si sono affievoliti, ma mai spezzati”.
Tornato in Italia nel 1966, Rando ha riscoperto Filicudi e le sue tradizioni, anche grazie alla tesi della moglie Rita, dedicata agli eoliani d’Australia.
Da quegli studi nasceranno nuove ricerche e una raccolta in inglese dal titolo 'Filicudi: Facts, Fiction and Fantasy', pensata per le generazioni future. Un modo per mantenere viva la memoria dei luoghi d’origine e restituire voce a chi, partendo, aveva portato con sé una lingua, una cultura e un’identità che ancora oggi si raccontano, attraverso le sue parole.

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