Domenica scorsa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha formalizzato una domanda di grazia al presidente Isaac Herzog in merito al processo per frode e corruzione che pende su di lui da anni.
Si tratta di una circostanza doppiamente eccezionale, senza precedenti nella storia di Israele: mai prima d’ora un premier in carica aveva affrontato un processo e mai aveva domandato la grazia mentre era sotto inchiesta.
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Sotto inchiesta da oltre un decennio, Netanyahu è coinvolto in casi che vanno da episodi minori di corruzione fino a tentativi di influenzare gruppi editoriali e di controllare l’informazione, ma il processo è stato ripetutamente rinviato durante i due anni di offensiva militare su Gaza.
Il tema si è acceso a inizio ottobre, quando Donald Trump – intervenendo alla Knesset – ha chiesto direttamente al presidente Herzog di perdonare Netanyahu, spiega il giornalista Michele Giorgio.
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Il premier non ha ammesso alcuna colpa, ma ha presentato la grazia come un passo utile a riportare calma e a chiudere il conflitto politico e istituzionale nel PaeseMichele Giorgio
La presidenza israeliana ha definito la richiesta di grazia “straordinaria”, ricordando che avrebbe implicazioni significative e che sarà valutata con estrema attenzione.
Netanyahu continua a dichiararsi innocente e sostiene che il processo abbia “diviso il Paese”, ma fa discutere il video con cui il premier ha presentato la grazia, da un lato proclamando la sua innocenza, ma dall’altro invocando la grazia come strumento per “riconciliare il Paese”.
Le reazioni politiche sono state immediate. L’opposizione ha risposto con un coro unanime: il leader Yair Lapid sostiene che una grazia possa essere considerata solo se Netanyahu ammette le proprie responsabilità; l’ex premier Naftali Bennett ritiene possibile la concessione, ma solo a condizione che Bibi lasci immediatamente la politica.
Associazioni civiche e gruppi impegnati sul fronte della difesa dello Stato di diritto e anche il forum delle famiglie degli ostaggi – guidato da Inav Zankauker – accusa il premier di voler eludere le proprie responsabilità, tanto nel processo quanto nella gestione della reazione ad Hamas dopo gli attacchi del 7 ottobre.
Una condanna di primo grado sarebbe incompatibile con la carica di Primo Ministro e lo priverebbe dell’immunità, esponendolo anche al rischio di carcereMichele Giorgio

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